Quella "luce" che aiuta a sopportare l'insopportabile (Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia No. 39 KV. 543)

Sinfonia No. 40 in sol minore che la precede. Bene: questi tre gioielli escono nel periodo più drammatico per Mozart. Ma davvero drammatico, non è un modo di dire. Il compositore di Salisburgo sta malissimo: è l’epoca nella quale, ormai trasferito a Vienna, ha smarrito la “facile” popolarità dei Concerti per pianoforte eseguiti in pubblico nelle piazze della capitale austriaca. Il suo Don Giovanni è rappresentato con successo il 29 ottobre del 1787 a Praga, ma va in scena al Burghtheater di Vienna soltanto il 7 maggio del 1788, registrando un clamoroso fiasco: fischi e proteste. Mozart, dunque, non è in cartellone, non incassa, non guadagna. Le sue condizioni finanziarie sono peggiorate dalla scarsa considerazione che Vienna riserva ai suoi ultimi lavori teatrali. L’imperatore Giuseppe II, sul Don Giovanni, è netto: «E’ divino, forse più bello delle “Nozze di Figaro”, ma non è pane per i denti dei miei viennesi». Di come stia veramente Mozart nei giorni in cui compone questa Sinfonia No. 39 sono testimoni alcune lettere scritte all’amico Puchberg, ricco mercante al quale il musicista si rivolge per chiedere aiuto: «A forza di stenti le cose si sono messe così male da ridurmi a elemosinare un po’ di denaro al Monte dei Pegni [...] Se non mi aiuterete perderò l’onore e il credito, le uniche cose che speravo di salvare».
Ma è proprio qui, nel momento del disagio più estremo, che si vede quello che gli studi degli scienziati stanno cercando di dimostrare: e cioè che i suoni, come forma d’arte, e più di altre forme d’arte, possono spazzare via con i loro “ingredienti” – timbro, colore, ritmo, forza, energia, dinamismo, potenza, dolcezza, letizia, mestizia – pensieri negativi, malessere, sofferenza. E in modo particolare riesce a farlo l’arte mozartiana. Amadeus, infatti, completa la partitura della Sinfonia KV 543 nei giorni più cupi. E come suggeriscono i musicologi, che annodano i fili tra la vita e l’opera di un artista, sorprende che questa composizione non restituisca assolutamente gli stati d’animo del periodo in cui è stata creata: la sua energia vitale, la sua solarità, sono invece testimonianza, scrive ancora Abert, di «quanto poco il mondo fantastico di Mozart, il suo vero mondo, avesse a che fare con le miserie quotidiane».
Non solo. Il pianista Edwin Fischer, celebre mozartiano soprattutto nei Concerti per pianoforte e orchestra, osserva, in modo del tutto condivisibile, come si arrivi solo con la maturità, con uno stile di vita più essenziale, a comprendere l’arte di Mozart, dopo aver inseguito musicisti dall’impronta più corposa e drammatica: «Il nostro percorso musicale di solito ci porta da subito molto vicini a Mozart a causa del carattere popolare delle sue melodie, della facile intelligibilità della sua struttura armonica e agogica. Poi segue quasi sempre un periodo di abbandono, per scovare più imponenti dimostrazioni di forza, di pathos; non siamo mai contenti, non c’è mai nulla di abbastanza grandioso e travolgente. Cerchiamo con ossessione tutto ciò che è nuovo, raffinato, surriscaldato, rivoluzionario. Fino a che un giorno si fa per noi la luce: Mozart! Qui c’è tutto: contenuto, forma, espressione, fantasia, effetto strumentale, e tutto è ottenuto con mezzi più semplici. Ed è una luce, quella mozartiana, dove l’allegrezza si sposa alla malinconia, il sorriso spunta tra le lacrime e il senso di ilarità e di umorismo fa capolino tra le pieghe della tristezza».
Dunque, da una situazione assai penosa e tanto difficile da costringere il Maestro ad abbandonare la casa in città per trasferirsi in campagna, nei sobborghi di Vienna, ecco la luce di questa prima Sinfonia che apre la triade dei capolavori uniti da un filo unico di rinnovata energia e voglia di lottare. Pagine che, come annota il biografo Paumgartner, «riproducono perfettamente la successione degli stati d’animo delle ultime Sonate per pianoforte: vigorosa energia nel primo tempo, massima intensità emotiva nel secondo, vittoriosa affermazione di vita nel finale».
Buon ascolto.