Prevalenza di dolore pelvico cronico tra le donne,un resoconto aggiornato




Aggiornare le indicazioni dello storico studio di Pallavi Latthe e collaboratori (2006) (WHO systematic review of prevalence of chronic pelvic pain: a neglected reproductive health morbidity) sulla diffusione del dolore pelvico cronico nella popolazione femminile mondiale: è questo l’obiettivo del lavoro di A. Ahangari, della International School of Public Health presso l’Università di Umea, in Svezia.
Il dolore pelvico cronico (Chronic pelvic pain, CPP), definito come un dolore non ciclico della durata di almeno 6 mesi, può ledere pesantemente le performance fisiche e la qualità della vita delle donne che ne sono affette. Si tratta inoltre di un problema diffuso in tutto il mondo e che interessa donne di tutte le età. Nonostante ciò, forse a causa della natura complessa e multifattoriale della patologia, è spesso sottovalutato dai medici e dai ricercatori. Di conseguenza, i dati scientifici e clinici a nostra disposizione restano incompleti.
L’analisi è stata condotta attraverso una review sistematica e coerente con il PRISMA Statement del 2009 (Preferred Reporting Items for Systematic reviews and Meta-Analyses) di tutti gli articoli sulla prevalenza del CPP pubblicati su PubMed fra il 2005 e il 2012. Di 140 articoli reperiti, solo 7 vertevano effettivamente sulla prevalenza del CPP: tre studi cross sectional, 1 studio basato su un questionario postale, 1 survey  basata su interviste telefoniche, 1 ricerca basata su un questionario somministrato frontalmente e 1 studio prospettico di comunità.
Questi, in sintesi, i risultati:
- a seconda degli studi presi in considerazione, la prevalenza del CPP varia dal 5.7% al 26.6%;
- ci sono tuttora molti Paesi privi di dati di base sulla diffusione del CPP;
- sono tuttora pochi gli studi sul CPP, e in particolare sussiste una grave scarsità di ricerche multidisciplinari e multifattoriali, che con ogni probabilità fornirebbero dati più attendibili sulla prevalenza della patologia, sulle sue cause e caratteristiche cliniche, e sulle sue conseguenze psicologiche e socioeconomiche.
Una conferma indiretta di questa situazione proviene dai limiti che l’Autore attribuisce al proprio lavoro e che, a ben vedere, sono inerenti alla materia stessa oggetto di analisi:
- scarsità di studi sulla popolazione generale;
- possibile esistenza di studi locali con limitato accesso ai database mondiali;
- mancanza di un consenso internazionale sulla definizione di CPP;
- non inclusione di alcune importanti parole chiave correlate al CPP in database come PubMed.
Ahangari conclude il proprio report ribadendo come lo sviluppo di rigorosi studi multidisciplinari sia il primo passo verso una migliore comprensione della patologia e un più efficace trattamento delle donne che ne sono affette.
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Che cosa diceva, nel 2006, lo studio di Pallavi Latthe e collaboratori

La scarsità di dati epidemiologici su diversi tipi di dolore pelvico cronico era già emersa nello studio fondamentale condotto nel 2006 da Pallavi Latthe e collaboratori, del Women's Healthcare Trust di Birmingham, in Regno Unito.
I ricercatori raccolsero tutti i dati allora disponibili su Medline (dal 1966 al 2004), Embase (dal 1980 al 2004), PsycINFO (dal 1887 al 2003), LILACS (dal 1982 al 2004), Science Citation index, CINAHL (dal 1980 al 2004). Per essere considerato di alta qualità, e dunque valido ai fini della ricerca, uno studio doveva avere almeno 3 delle seguenti caratteristiche:
- design prospettico;
- strumenti di misurazione validati;
- metodo di campionamento adeguato;
- tasso di risposta superiore all’80%.
Dalla ricerca emersero 178 studi (per un totale di 459.975 partecipanti) in 148 articoli: di questi, 106 (124.259 partecipanti) erano sulla dismenorrea, 54 (35.973) sulla dispareunia e 18 (301.756) sul dolore non ciclico. Solo 19 Paesi in via di sviluppo su 95 (20%) e 1 su 45 Paesi gravemente arretrati (2.2%) avevano dati di una qualche rilevanza, contro 22 Paesi sviluppati su 43 (51.2%). E solo 40 studi (22.5%) erano davvero di elevata qualità, con campioni significativi. Tali studi indicavano una prevalenza dal 16.8 all’81% per la dismenorrea, dall’8 al 21.8% per la dispareunia, e dal 2.1 al 24% per il dolore non ciclico.
Le conclusioni degli Autori, confermata ora dalla ricerca di A. Ahangari, furono che:
- esistevano poche stime valide, basate sulla popolazione generale, sulla diffusione e la conseguenze del dolore pelvico cronico;
- questo era vero, in particolare, per i Paesi meno sviluppati;
- le consistenti variazioni rilevate nei tassi di prevalenza erano dovute alla qualità estremamente variabile degli studi presi in considerazione;
- ogni qualvolta fossero disponibili dati validi, emergeva come tutti i tipi di dolore pelvico cronico determinassero una grave compromissione della qualità della vita.

Per approfondimenti:
Latthe P, Latthe M, Say L, Gülmezoglu M, Khan KS.
WHO systematic review of prevalence of chronic pelvic pain: a neglected reproductive health morbidity
BMC Public Health. 2006 Jul 6; 6: 177
Birmingham Women's Healthcare NHS Trust, Birmingham, UK